tradimenti
Il lato oscuro di Marco
16.07.2025 |
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"Un giorno mia moglie mi chiese: “Perché sei sempre distratto, Marco? Hai l’aria di uno che ha un segreto..."
Mi chiamo Marco, ho quarantuno anni, lavoro nelle forze dell’ordine e, da sempre, vivo una doppia vita. All’apparenza integerrimo, affidabile, uno di quelli che non cede mai, che controlla tutto e tutti. Ma sotto la divisa e la corazza del dovere, si nasconde una fame che non si spegne. Una fame di carne, di corpi, di sguardi che promettono perdizione. Una fame che ho imparato a nutrire in silenzio. Online.Era iniziato tutto su A69, una sera qualunque. Mia moglie era uscita con le amiche, i bambini dormivano. Ero stanco, eccitato, annoiato. Un mix letale. Avevo creato un profilo fittizio: niente volto, solo parole, descrizioni. “Marco, 41 anni, fisico atletico, discreto, diretto, amante delle donne vere. Mi piace il gioco e comandare. Cerco chi sa stare al gioco senza freni.”
Lei mi scrisse per prima. Si chiamava Laura. O almeno così si firmava. Trentaotto anni, sposata, bionda, occhi verdi, curve vere. “Non sono una bambola. Sono un vizio.” Quelle parole si piantarono nella mia mente come un ago caldo nella pelle. Iniziammo a scriverci ogni notte. Voleva sapere tutto di me: i dettagli, le fantasie, le volte in cui avevo tradito. Mi chiedeva foto, descrizioni, mi costringeva a raccontare. A confessare. E poi invertiva i ruoli. Mi sussurrava nei messaggi vocali tutto quello che avrebbe voluto farmi e tutto quello che voleva che le facessi.
Quando finalmente ci vedemmo, fu in un motel fuori città. Un posto squallido, perfetto. Era vestita di pelle nera, con i tacchi alti e un trench che lasciava intravedere calze autoreggenti e una scollatura da perderci la testa. Non ci fu quasi tempo per parlare. Mi spogliò come se mi stesse punendo, mi spintonò sul letto e montò sopra di me come una cavalla in calore. Non fu sesso. Fu possesso. Mi mordeva, graffiava, comandava. E io… io mi lasciai dominare con una docilità che non conoscevo.
La cosa però non finì lì. Quella notte aprì una porta che non si sarebbe più richiusa. Iniziammo a incontrarci ovunque: parcheggi isolati, bagni pubblici, una volta perfino nella sala interrogatori di un vecchio edificio dismesso dove lavoravo. Ogni volta era più estremo. Più crudo. Più eccitante.
Poi arrivò Marta. Ma questa è un’altra storia. O forse no.
Marta era la vicina di casa di Laura. Un tempo amiche, ora nemiche silenziose. O almeno così diceva Laura. Ma io le avevo viste in foto insieme, sorridenti. Quando le chiesi chiarimenti, Laura disse soltanto: “Marta sa molte cose. Ma è più sporca di me. Vedrai.” E aveva ragione.
La prima volta che vidi Marta fu un sabato pomeriggio. Mi trovavo nel seminterrato della casa di Laura, un piccolo rifugio erotico che aveva arredato con un letto, un grande specchio e un appendiabiti da cui pendevano manette, fruste, maschere e oggetti che mi fecero capire che la mia amante era molto più di una donna disinibita. Era un'artista del piacere. Marta entrò senza bussare, come se fosse casa sua. Alta, mora, occhi di ghiaccio e un seno naturale che reclamava attenzione sotto una camicia bianca sottilissima.
Quel giorno ebbi la conferma che nulla sarebbe stato come prima. Le due iniziarono a giocare con me. Una mi bendava, l’altra mi sussurrava frasi sporche nell’orecchio. Mi accarezzavano, mi torturavano, mi prendevano e mi lasciavano. Una mi ordinava di toccarla, l’altra mi puniva se obbedivo. Io… ero un oggetto, ma anche il fulcro di quel gioco perverso. Mi eccitava fino al punto di perdere la lucidità.
Ma poi iniziarono i veri intrecci.
Laura aveva un marito. Un tipo elegante, professionista, spesso in viaggio. Lo scoprii per caso, una sera, quando lo incrociai per strada. Mi fissò un attimo, come se mi riconoscesse. “Lei è Marco, vero? Lavora con le forze dell’ordine?” disse con un mezzo sorriso. Mi si gelò il sangue. Risposi con un sì trattenuto. Lui annuì. “Laura parla spesso di lei. Deve essere una bella collaborazione.” E se ne andò. Da quel momento nulla fu più sicuro. Ogni incontro con Laura era pericoloso, eccitante e carico di tensione.
Un giorno ricevetti un messaggio anonimo sul telefono: “Ti piace giocare, Marco? Vieni da solo al Club Malizia, stasera. Porta solo il tuo coraggio.” Firmato: M.
Quel club era leggendario. Esisteva, ma nessuno ne parlava apertamente. Rigorosamente su invito, riservato a pochi. Quella sera ci andai. Vidi Marta, ma anche Laura. Non insieme. Separate, come due regine rivali in un regno sotterraneo di lussuria. E poi vidi lui. Il marito. Seduto con una donna sconosciuta sulle ginocchia, mentre guardava me. Sapeva tutto. Ma non mi fermò.
Quella notte fu una spirale di sesso, potere, umiliazione e desiderio. Ballai con Marta, fui spogliato da Laura, fui osservato da occhi sconosciuti. Fui preso e presi. Fui dominante e dominato. Tornai a casa all’alba, con i segni dei denti sulle spalle e il profumo di più donne addosso.
Da allora la mia doppia vita divenne tripla. Moglie, amante, e la rete oscura di contatti, chat segrete, stanze nascoste e luoghi dove l’orgasmo era solo l’inizio del gioco. Persi la cognizione del tempo, del pericolo, della legge. Marco, l’uomo in divisa, era ormai solo una maschera.
Ma quella maschera rischiava di cadere.
Un giorno mia moglie mi chiese: “Perché sei sempre distratto, Marco? Hai l’aria di uno che ha un segreto.” Le risposi con un bacio. Dentro di me, però, qualcosa stava cambiando. O forse ero solo stanco. Ma non riuscivo a fermarmi. Laura era diventata gelosa. Marta più esigente. Un’altra ragazza, Sofia, stava entrando nella rete. Una ragazza giovane, inesperta, ma affamata. Voleva essere la mia esclusiva. Mi mandava video. Mi supplicava. Diceva che solo con me si sentiva viva. E io… le rispondevo.
Una sera Marta organizzò una cena. C’erano tutte. Laura, Sofia, persino il marito di Laura. Nessuno si tradiva. Si parlava di arte, di politica, di lavoro. Ma sotto il tavolo, le mani si cercavano. Nella mente, le immagini scorrevano. E dopo cena, scese il buio. Di nuovo nel seminterrato. Ma stavolta c’erano regole nuove. Io ero il premio. E loro tre le regine che decidevano cosa fare di me.
Non ricordo tutto, solo sensazioni. Mani, bocche, parole. Gemiti. Ordini. Occhi. Catene. Sudore. E ancora voglia.
Quando tornai a casa, mia moglie mi aspettava sveglia. “Sei tutto rosso in faccia. Che hai fatto?” chiese. “Palestra”, risposi. E andai in doccia. Lì, per la prima volta, guardandomi allo specchio, mi chiesi: “Chi sono diventato?”
Ma poi il telefono vibrò.
Messaggio da Laura: “Hai lasciato il segno. Ma la prossima volta… sarai nostro del tutto.”
E io, nudo, sotto l’acqua, sorrisi. Perché lo sapevo. Lo volevo. E non avrei smesso mai.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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